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SIOF | Società Italiana di Odontoiatria Forense

Il ruolo dell’odontologo forense nei mass disasters

intervista a Valeria Santoro e Chantal Milani

di Patrizia Biancucci
(tratto da Management Odontoiatrico)

In questa intervista abbiamo raccolto le considerazioni della prof.ssa Valeria Santoro, odontoiatra forense e professore associato di Medicina legale presso l’Università di Bari nonché vicepresidente della SIOF (Società Italiana di Odontoiatria Forense), e della dott.ssa Chantal Milani, antropologa e odontoiatra forense e docente presso l’Istituto Superiore di Tecniche Investigative - Arma dei Carabinieri e referente SIOF. Le loro riflessioni riguardano il ruolo degli odontologi forensi nei disastri di massa, come quello tragicamente avvenuto nella discoteca Le Constellation, nella stazione sciistica di Crans-Montana, nel Canton Vallese in Svizzera, nella notte del 1° gennaio 2026.

Valeria Santoro small      Chantal Milani small

 Valeria Santoro e Chantal Milani            

  • Quanto accaduto a Crans-Montana è un mass disaster (disastro di massa), che richiede l’attivazione della procedura DVI (Disaster victims identification). Quali le procedure?

SANTORO - Sì nel caso in questione, dove il disastro coinvolge persone provenienti da vari Paesi, è opportuno che siano chiamati medici legali di più Paesi attivando una collaborazione. Sul luogo della strage operano quindi team di specialisti Dvi (Disaster victim identification) che hanno il compito di identificare i corpi carbonizzati o interessati dall’esplosione. Solo apparentemente il disastro di Crans-Montana potrebbe essere definito “chiuso”, ovvero con una lista precisa di persone all’interno del locale, così come accade ad esempio nei disastri aerei. In realtà la situazione pare sia stata molto complicata dal fatto che molti avevano prenotato un tavolo per un certo numero di persone, senza che vi fossero specificati i nominativi di tutti. Le procedure in ogni caso sono sempre le stesse e devono essere rigorosamente rispettate; quello che varia è la tipologia di identificazione in base al materiale ante-mortem a disposizione. Laddove le salme siano particolarmente compromesse il primo step deve essere quello di stabilire sesso, età, statura e provenienza geografica (la cosiddetta identificazione generica), per poi passare, una volta ristretto il campo di azione, all’identificazione personale comparativa vera e propria. In questa procedura il primo passo è l’ispezione esterna del cadavere, che può essere già dirimente se ad esempio vi sono tatuaggi, piercing o altri segni distintivi ed unici di identificazione; il secondo step è l’identificazione comparativa odontoiatrica, che valuta le caratteristiche uniche della dentatura umana e si basa sul confronto del materiale fornito dai familiari (radiografie, TAC, fotografie) con i dati presenti sul cadavere o, ove non presente materiale odontoiatrico ante-mortem, l’identificazione basata sul DNA.

MILANI - Sì, quanto accaduto in Svizzera rientra pienamente nella definizione di mass disaster poiché coinvolge un elevato numero di vittime – nel caso specifico di Crans-Montana più di 40 – e rende necessaria un’identificazione strutturata, complessa e spesso non immediata. Proprio per casi come questo, l’Interpol ha da tempo stilato delle linee guida che aggiorna periodicamente secondo gli standard internazionali. Un DVI (il processo di identificazione delle vittime) è complicato non solo a causa del numero elevato di vittime, ma spesso anche per le condizioni dei corpi. Questi, infatti, possono non essere riconoscibili “de visu”, talvolta addirittura non integri o comunque molto compromessi: è il caso degli incidenti aerei, degli incendi, delle esplosioni, ecc. Nei DVI le procedure possono variare leggermente se le vittime sono incluse in una lista “chiusa” come una lista passeggeri o se questo elenco deve essere stilato dalle Istituzioni man mano che raccolgono informazioni sui possibili dispersi attraverso fonti diverse (sopravvissuti, famiglie, autorità territoriali, ecc.). Identificare significa abbinare in modo rigorosamente univoco un corpo ad uno di quei nomi; quindi, quello è il punto di partenza (e non va mai confuso con il semplice “riconoscimento”). Comunque, a prescindere ciò, un DVI non è mai una singola attività tecnica (in realtà, l’identificazione non lo è mai, anche nel caso di un singolo cadavere: è sempre un processo identificativo). Nella fattispecie un DVI è una macchina organizzativa che coinvolge figure professionali diverse che vanno dai coordinatori ai veri e propri operatori specialisti nelle diverse discipline divise in più squadre. La struttura gerarchica consente di mantenere ordine in un flusso di lavoro molto complicato. Ogni team ha un compito preciso e opera in modo coordinato con gli altri, seguendo protocolli condivisi. Poi ovviamente ogni protocollo teorico va applicato alla realtà specifica: infatti, molto dipende dalla quantità del personale e degli specialisti disponibili, dalla logistica, e da mille altri fattori. Quindi servono e serviranno sempre degli aggiustamenti.

  • Quali sono le figure professionali che ne fanno parte?

SANTORO - Nella procedura DVI ci sono agenti della Polizia scientifica e giudiziaria, medici legali, odontologi forensi, genetisti, specialisti in radiologia. Si tratta di protocolli stabiliti dall’Interpol che permettono, anche con scambi internazionali, di seguire, come già detto, la stessa procedura per stabilire l’identità di un corpo in caso di disastro.

MILANI - I metodi identificativi primari sono: impronte digitali, denti, DNA. Questo è un caposaldo e si riflette sulle figure che quindi entrano in gioco: dattiloscopisti, odontologi forensi e genetisti forensi. A queste figure poi si aggiungono medici legali, antropologi forensi, fotografi forensi e altre figure perché l’attività consiste in un flusso di lavoro ben strutturato che va dal recupero dei resti alla riconsegna alle famiglie. Ad esempio, nel caso di resti molto compromessi e frammentati l’antropologo forense è molto importante, una figura diversa dall’antropologo fisico che studia i reperti archeologici. L’antropologia forense è una disciplina molto vicina alla medicina legale e comunque rientra nell’ambito medico-scientifico e, qualche volta, l’Odontologo Forense ha acquisito anche questa competenza nel suo percorso formativo. Importantissimi sono anche gli psicologi. In generale possiamo dire che ci sono flussi di lavoro paralleli divisi in squadre ante-mortem per il recupero delle informazioni sui dispersi, squadre post-mortem per l’acquisizione di informazioni sui corpi, la squadra di “Riconciliation” per il confronto dei suddetti dati e poi ci sono tutte le attività di coordinamento e anche di supporto alle famiglie.

  • In questi casi quanto è importante l’intervento degli odontoiatri forensi?

SANTORO - La procedura di identificazione odontoiatrica, se condotta da esperti, è veloce, sicura e poco dispendiosa se confrontata con le tecniche basate sul DNA; quindi, è senza dubbio fondamentale nei casi di disastri di massa, la presenza degli odontologi forensi.

MILANI - Indubbiamente è una delle figure chiave, al pari delle altre che ho già menzionato. In Italia non sono molti gli odontologi forensi, perché la disciplina va differenziata da quella che andrebbe chiamata odontoiatria legale, che si occupa per lo più di contenziosi, valutazione del danno e responsabilità professionale. In generale i denti e i trattamenti odontoiatrici resistono molto meglio di altri tessuti a condizioni estreme come il fuoco, l’acqua, la frammentazione o la decomposizione avanzata. L’anatomia dei mascellari ed eventuali trattamenti odontoiatrici producono una grandissima quantità di dati confrontabili e unici per ogni individuo. Infatti, l’insieme dei restauri, estrazioni, protesi, impianti, ma anche la morfologia radicolare e i rapporti con le strutture ossee mascellari costituiscono una sorta di “firma” individuale. Nell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, nonostante l’enorme ricorso al DNA, l’analisi dentaria ha contribuito in modo significativo all’identificazione di una parte delle vittime. A seguito dello tsunami del Sud-Est asiatico del 2004 l’odontologia forense è stata addirittura uno degli strumenti principali di identificazione. Infatti, in molti Paesi coinvolti, specialmente per le vittime straniere, le cartelle odontoiatriche si sono rivelate più facilmente reperibili rispetto ad altri dati biometrici, permettendo identificazioni relativamente rapide anche in condizioni ambientali molto difficili.

  • Nella procedura per stabilire l’identità di un corpo in cosa consiste l’attività cosiddetta ante-mortem?

SANTORO - Le attività che si dividono tra quella svolta sui cadaveri (post-mortem) e la fase di raccolta di dati delle persone segnalate disperse (ante-mortem). Quest’ultima (ante-mortem) consiste nella raccolta da parte degli organi di Polizia del maggior numero di dati provenienti dai familiari delle vittime: fotografie, segni particolari (tatuaggi, nei, cicatrici) riferimenti odontoiatrici (cartella cliniche, radiografie di qualunque tipo, fotografie, modelli in gesso ove presenti).

MILANI - Nella procedura DVI, l’attività ante-mortem è una delle fasi più delicate e, paradossalmente, meno visibili, ma senza la quale l’identificazione semplicemente non può avvenire. Identificare significa confrontare, sempre, qualsiasi metodo si utilizzi e spesso è una vera e propria indagine identificativa. A Crans-Montana le vittime provenivano da Svizzera, Francia, Italia, Belgio, Portogallo, Romania e Turchia. Sei erano italiani. L’attività ante-mortem consiste nella raccolta sistematica di tutte le informazioni disponibili di quando erano in vita, attraverso i diversi Paesi: cartelle odontoiatriche, radiografie, fotografie, misure antropometriche, campioni genetici dei familiari, ecc. con l’obiettivo di creare un profilo il più possibile completo e confrontabile con i dati post-mortem. Anche i dati forniti dai familiari devono essere verificati, organizzati, “tradotti” (sia in senso linguistico che concettuale) in informazioni tecniche utilizzabili.

  • E quella post-mortem?

SANTORO - La parte post-mortem consiste nell’attento esame del cadavere e nella raccolta dei dati sulla salma: dati antropometrici, rilievo della formula dentaria dettagliata, ovvero la presenza dei denti presenti, mancanti, eventuali anomalie tipo sovrannumerari o agenesie, trattamenti protesici, conservativi e quanto possa essere utile all’identificazione comparativa, eventuali cicatrici, tatuaggi, prelievi da utilizzare per il DNA.

MILANI - L’attività post-mortem è la fase in cui si lavora direttamente sui corpi o sui resti recuperati. Il suo obiettivo non è ancora quello di “dare un nome”, ma di produrre dati oggettivi, accurati e standardizzati, come viene fatto dalla squadra ante-mortem. Si tratta di acquisire e catalogare dati che possano poi essere confrontati con le informazioni ante-mortem. Fotografie sistematiche, descrizione dello stato di conservazione, registrazione di tutte le caratteristiche osservabili. Intervengono i medici legali, gli odontologi forensi e le altre figure già menzionate. L’attenzione non è solo legata all’identificazione ma anche agli aspetti medico legali, come la causa e le modalità della morte. Spesso accanto al DVI deve essere ricostruita anche la dinamica dell’evento ed eventualmente contribuire a individuare le diverse responsabilità.

  • Come si raggiunge la certezza nel processo di identificazione?

SANTORO - La certezza si raggiunge utilizzando tecniche rigorose e scientificamente validate. Le procedure di comparazione odontoiatrica e il DNA rappresentano certamente il gold standard dell’identificazione, che può definirsi “certa” quando i dati sono perfettamente coincidenti, in assenza di elementi di contrasto.

MILANI - Quando i dati ante-mortem e post-mortem sono sufficienti, per numero e qualità, a caratterizzare in modo univoco l’individuo. “Certezza” è un termine che non amo perché nel Forense non andrebbe mai utilizzato. La scienza è sempre probabilità, anche quando è al 99,9%. Il processo di identificazione non nasce da un singolo elemento “convincente”, ma da un percorso strutturato fatto anche di verifica e di controllo. Si arriva all’identificazione quando i dati raccolti convergono in modo coerente e controllato, senza contraddizioni, e quando questa convergenza resiste a più livelli di revisione indipendente. Ogni possibile abbinamento tra un disperso e un corpo viene prima formulato come ipotesi tecnica (un’identità presunta, il cosiddetto sospetto di identità) e poi sottoposto a valutazioni successive, proprio per evitare errori dettati dalla pressione del contesto o dall’urgenza di dare risposte.

  • Avete esperienza di altri mass disasters sovrapponibili a questo? Se sì, in cosa differivano?

SANTORO - Presso l’Istituto di Medicina legale di Bari si è lavorato a tanti disastri di massa, alcuni dei quali con caratteristiche sovrapponibili, ovvero con salme carbonizzate, altri molto diversi, come navi di migranti affondate, con salme molto decomposte. In realtà ogni disastro è a sé, ogni situazione è differente, in base al numero delle vittime ed alle condizioni delle salme (putrefazione, carbonizzazione, depezzamento) e soprattutto in base al fatto che ci si trovi dinanzi ad un sistema chiuso o aperto, e in questo secondo caso è tutto molto più complesso perché non si conosce nulla né del numero di vittime né della loro provenienza. Basti pensare ad una catastrofe naturale o ad una nave di migranti affondata. Ciò detto, le procedure devono sempre essere rigorose, ci vuole un’organizzazione precisa anche per l’intervento delle diverse figure che intervengono, con il ruolo centrale del medico legale che deve coordinare al meglio tutte le attività sulle salme.

MILANI - Ho fatto parte della squadra DVI nel terremoto che ha colpito il Centro Italia nell’agosto del 2016, con campo base ad Amatrice, dove furono identificate quasi 300 vittime in pochi giorni. Il principio di fondo è sempre lo stesso: confrontare in modo sistematico i dati ante-mortem con quelli post-mortem. Quello che cambia, anche profondamente, è il contesto operativo. Nel caso del terremoto, ad esempio, una delle principali difficoltà era che molte informazioni ante-mortem non erano immediatamente disponibili, perché cartelle cliniche, documenti e archivi erano rimasti sotto le macerie. Nonostante questo, grazie a una rete di comunicazione molto efficiente e, in alcuni casi, al recupero di dati da archivi digitali e cloud, è stato possibile ricostruire i profili necessari e arrivare all’identificazione di tutte le vittime. Erano presenti molti medici legali, genetisti, qualche dattiloscopista, criminalisti esperti della scena del crimine e fotografi, ma ero l’unico antropologo e odontologo forense presente. La logistica era estremamente complessa, infatti le scosse non si sono mai fermate anche nei giorni successivi e gli spazi per operare in sicurezza, lontani da strutture pericolanti, erano pochissimi. Anche la viabilità era fortemente compromessa, con ponti crollati e difficoltà sia nel ricambio del personale sia nel trasferimento delle salme già identificate. A questo si aggiungevano condizioni ambientali molto impegnative: di giorno temperature elevate, che acceleravano i processi putrefattivi, e di notte freddo intenso. Nelle prime 48 ore si è lavorato h24 senza interruzioni, con un flusso costante di corpi. Tutto ciò ha richiesto un adattamento continuo delle procedure. I protocolli DVI restano il riferimento fondamentale, ma in situazioni reali come queste devono essere applicati con flessibilità, tenendo conto delle risorse disponibili, della logistica e delle professionalità coinvolte. È proprio questa capacità di arrivare al risultato nonostante tutto, che fa la differenza tra una gestione efficace e una solo teoricamente corretta.

 

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